Introduzione

 

Migliaia di anni fa le foreste ricoprivano tutta la valle del fiume Po. Primi fra tutti, all’epoca delle ultime glaciazioni, si erano insediati i pini e le betulle, poi con il ritorno del clima a cicli più miti ed umidi si espansero i faggi, le querce, gli olmi, i tigli. Le prime civiltà che misero mano su questi boschi furono gli Etruschi, seguirono i Galli, che si insediarono nell’attuale milanese, e nel 222 a.C. i Romani, conquistatori di quella che allora portava il nome di Gallia Cisalpina.

La pianura era già stata dissodata in quei secoli: villaggi, città, campi, strade e pascoli erano la caratteristica prima del paesaggio, ma i boschi erano altrettanto estesi ed ancora impenetrabili.

Poterono vivere un secondo periodo di splendore, riguadagnando gli spazi perduti, durante i primi secoli del Medioevo grazie al regresso dell’economia ed al diminuire della popolazione umana abitante nelle aree rurali. I signorotti locali li considerarono propri e ne fecero delle bandite di caccia, luoghi dove poter esercitare in tutta tranquillità i propri giochi venatori. Solo nell’XI secolo ripresero a fiorire le attività economiche ed i commerci con la conseguenza di un forte impulso dato al disboscamento. I Comuni ed in seguito le Signorie incentivarono l’agricoltura, le bonifiche, la razionalizzazione dei sistemi di canalizzazione dell’acqua, così da avviare un processo di progressiva ed irreversibile riduzione della superficie boscosa del milanese e di tutta la Lombardia.

Ciononostante gli alberi resistevano ancora, nei filari intorno ai fossi e alle strade, come anche in nuclei più ampi. Fra questi i bosconi di Cusago, Mantegazza e Vanzago erano ancora famosi nelle cronache rinascimentali per la loro estensione, selvatichezza, oltre che come luoghi eletti per le cacce ducali dei Visconti e degli Sforza.

Risulta inverosimile oggi per chi conosce e vive intorno al capoluogo lombardo leggere nelle cronache milanesi fino a tutto il 1700 i nomi di Comuni come Arluno, Cuggiono, Lainate, Legnano e Rho associati all’immagine di boschi intricati e misteriosi dove si svolgono battute di caccia di giorni e giorni al fine di stanare lupi o sterminarne le cucciolate. Eppure c’era ancora posto per la natura selvatica duecento anni fa intorno a Milano.

Ma la civiltà procedeva nel suo cammino e le foreste dovevano indietreggiare ancora un po’: se nel 1785 fra le pagine del Catasto dello Stato di Milano si legge come il 70% del territorio fosse occupato da arativi, il 16% da prati, risaie e pascoli e solo un ultimo 14% da boschi, con il 1900 i valori cambiano a scapito della terra e a favore del cemento. La vita della pianura padana prende definitivamente un cammino diverso per tutti, uomini, piante ed animali. L’agricoltura viene abbandonata, i centri abitati si espandono, insieme alla rete stradale ed a migliaia di anonimi insediamenti produttivi. Le ultime aree verdi sono occupate da zone grigie.

Ciononostante alla storica bandita di caccia di Mantegazza stava per toccare un altro destino. L’area, ormai recintata e protetta era giunta in proprietà ad un industriale di Vanzago, il commendator Ulisse Cantoni, che portava avanti l’antica tradizione della riserva privata di caccia. Fu lui che creò i due laghi per attirare le anatre ed introdusse i primi caprioli a fini venatori. Poi giunse il 1977, anno in cui nel suo testamento decise per il bene del suo bosco che questo venisse lasciato in legato al WWF Italia con l’espressa volontà di istituirne un’area protetta, meta di visite e luogo di studio e ricerche. Il WWF ereditò il possedimento con gioia ed iniziò a pianificarne la gestione, perché questa piccola reliquia di bosco tornasse ad esprimere al meglio la sua bellezza e potenzialità.

Certo se si torna con la fantasia alle foreste medioevali, poche tracce di queste rimangono oggi nel bosco di Vanzago: la gestione anteriore, ignara dei principi di conservazione della biodiversità, ha inflitto danni consistenti alla struttura stessa del bosco, rendendo necessario uno sforzo enorme ed un periodo di tempo prolungato perché l’ambiente riesca a recuperare la sua ricchezza ed il suo equilibrio.

Eppure per chi passeggia all’alba nella riserva, quando la bruma dell’inverno sale dai prati e avvolge la figura di un capriolo con il palco ancora vellutato, circospetto al margine del bosco, ebbene quest’immagine dai colori tenui riporta ad altri luoghi e tempi. O al crepuscolo quando il branco dei caprioli esce dal canneto e si abbevera nell’acqua bassa del lago, in mezzo alle anatre e ad un airone bianco che si preparano per la notte, allora si dimentica la grande città, pur non molto distante. O la notte, quando il duetto degli allocchi, alternato agli stridii del ghiro, rompe il silenzio, mentre a terra un rumore costante si rivela essere un tasso in cerca di insetti ed anfibi, allora il bosco di Vanzago si dimentica di sé, chiude gli occhi e torna ad essere parte di un’immensa pianura coperta di campi e foreste.