La Flora

 

Le macchie boscate , i laghi, le siepi, sono interrotti, a tratti, da coltivi e prati stabili polifiti. Campi biondeggianti di mais e segale, come anche verdi risaie si estendono nell’ambito più esterno dell’oasi, caratterizzato così da toni più agricoli. Queste aree ospitano una ricca avifauna ed essendo coltivati con metodi biologici, rinunciando cioè a diserbanti e concimi chimici, risultano ottime e sicure fonti di alimentazione per uccelli e mammiferi. Non è un caso che proprio qui, ai margini dei campi di cereali, nidifichino le allodole e negli anni ’80, per due stagioni, abbiano covato le ormai rarissime starne.

Nel cuore dell’oasi invece trovano spazio le colture di foraggi, i medicai, ed i prati stabili. Queste distese verdi, in perenne evoluzione, sono costituite da diverse essenze come la fienarola (Poa trivialis), l’erba mazzolina (Dactylis glomerata), il loglio (Lolium spp.) ed i trifogli (Trifolium pratense e Trifolium repens). Sono erbacee che necessitano per la loro esistenza soltanto di poche, semplici, operazioni agricole periodiche. La concimatura con stallatico nei mesi freddi, le rullature ed erpicature di fine inverno sono soltanto utili supporti al rinnovo della cotica erbosa, che si affida alla propagazione per seme o allo spontaneo ricaccio delle radici all’arrivo di ogni primavera.

Si tratta, per questi prati, di ambienti naturali tipici della bassa Lombardia, che svolgono l’importante ruolo di luogo di pastura per tutte le specie animali erbivore, una funzione questa che in passato spettava alle soleggiate radure che di frequente intervallavano le boscaglie planiziali.

L’esiguo intervento dell’uomo non fa così che seguire e favorire il costituirsi di un habitat che trova i suoi presupposti nella naturale abbondanza di precipitazioni e di acque irrigue in questa parte della Valle Padana.

L’acqua e l’umidità abbondanti permettono infatti una crescita costante del manto erboso e rendono possibile la raccolta di quattro fienagioni nel corso della bella stagione, da maggio a settembre. All’interno della riserva naturale poi viene di proposito tralasciata la falciatura del quarto taglio, l’ultimo, lasciando in questo modo l’erba alta sul campo a disposizione dei caprioli sino all’arrivo dei primi fiocchi di neve.

I quattro tagli dell’erba che si succedono nel corso della bella stagione conservano ancora, in Lombardia, i loro diversi nomi contadini: maggengo per il primo taglio di tarda primavera; agostano per il secondo, di piena estate; terzolo e quartirolo per gli ultimi due tagli settembrini. In ognuno l’erba ha una caratteristica differente e chi se ne intende sa riconoscerli soltanto toccando o annusando la fragranza del fieno imballato e ben stagionato.

È nei tramonti di queste giornate tiepide di autunno, quando nei campi compaiono il giavone (Echinochloa crusgalli) ed il pabbio rossastro (Setaria glauca) che la volpe seguita dai suoi cuccioli ormai svezzati percorre i prati, lasciando le sue orme inconfondibili sul terreno morbido di pioggia. Con l’arrivo di ottobre cade la prima pioggia autunnale sulla terra, ma la temperatura ancora alta favorisce ovunque “l’esplosione” dei funghi campestri: prataioli, agarici, gambesecche e in ultimo, dispiegando i loro enormi ombrelli, le grandi ed ubiquitarie mazze di tamburo.