Apicoltura

 

Fra le attività che si praticano all’interno dell’oasi c’è anche l’apicoltura. Sono due gli apiari posti ai margini dei prati, uno nella zona nord e uno in quella sud della riserva, entrambi composti da una ventina di alveari colorati di giallo, bianco, blu, verde bluastro, perché gli insetti riconoscano la loro casa. La scelta del luogo dove installare le arnie viene stabilita sulla base di alcuni fattori: importante è la vicinanza di piante nettarifere e fonti di polline (a Vanzago è il fiore di robinia la principale fonte di bottinamento delle api), dal momento che il raggio di ricerca di questi insetti è inferiore al chilometro, anche se può arrivare a 3-4 in caso di scarsità di fonti. Il fatto che nei dintorni non vi siano monocolture frutticole e cerealicole, che siano assenti rumori e vibrazioni, elettrodotti e campi elettromagnetici che solitamente deprimono la vitalità delle famiglie di api, è un fattore positivo per gli apicoltori dell’oasi, che traggono miele migliore e più abbondante dalle loro predilette. L’apicoltore di Vanzago inizia il suo lavoro in primavera. Per prima cosa risistema gli apiari reduci dall'inverno e studia la situazione delle famiglie che vi hanno svernato. A capo di ogni arnia c’è l’ape regina che ha il compito di deporre le uova e, nel periodo della sciamatura, abbandona la vecchia “casa” con una parte dei suoi “sudditi” per andare a formare un nuovo “regno”, lasciando il posto ad una nuova regina. Lei è facilmente distinguibile per via della sue dimensioni più pronunciate rispetto alle altre api, dovute all’addome dorato ed allungato. Ci sono poi i fuchi, i maschi dell’ape, poco numerosi e che hanno il solo compito, tutti insieme, di fecondare la regina. Hanno dimensioni più piccole di essa, ma più grandi delle altre api. E’ utile per l’apicoltore sapere che non pungono! Infine ci sono le api operaie, senza dubbio le più numerose. I loro compiti sono specifici, e normalmente variano con l’età dell’ape stessa. Alcune si occupano di tenere pulito l’alveare (spazzine), altre di nutrire le larve (nutrici), altre ancora della difesa (guardiane) e, le più esperte di procurarsi nettare e polline (bottinatrici). Sono di dimensioni ridotte se paragonate alla regina o ai fuchi, ma hanno delle ali ben sviluppate per poter volare lontano. Quando queste iniziano la loro attività, l’apicoltore, vestito adeguatamente con maschera, guanti e provvisto di un affumicatore, una leva ed una spazzola, si avvicina alle arnie per prelevare il miele. L’affumicatore serve per spruzzare fumo sull’arnia che si desidera aprire: le api pensando che si approssimi un incendio, si abbuffano di miele per avere più autonomia di fuga e si distraggono dall’intruso. L’apicoltore dell’oasi allora rimuove la pietra che funge da chiusura e con poche energiche sbuffate fa in modo di non far agitare le api; comincia quindi, aiutandosi con uno speciale coltello a tagliare i favi, cercando di fare il meno danno possibile. E’ opportuno evitare di asportare favi con covata oltre a valutare la forza della famiglia e le quantità di scorte a disposizione. Infatti togliere troppe scorte potrebbe voler dire condannare quelle api alla morte durante l’inverno. Man mano che raccoglie i favi cerca di togliere le api da sopra con l’aiuto del fumo e di una scopettina; poi li posa in delle vaschette coperti da della stoffa per evitare che le api vi ritornino sopra. Una volta terminata la raccolta rinchiude le arnie e si allontana. Una volta lontano può spremere i favi e filtrare il miele per eliminare le impurità più grossolane come pezzi di cera. Dopodiché ecco il buon miele d’acacia del Bosco WWF di Vanzago.